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Settantanni da Queen. Passione Purosangue. Il mito e la grandezza della Regina Elisabetta II nel racconto di Marco Vizzardelli

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Il mito della Regina come esempio di passione per il nostro sport preferito. Marco Vizzardelli, nel supplemento di sabato scorso su Equos, ha ripercorso il ruolo di Sua Maestà la Regina Elisabetta II. Per chi se lo fosse perso, è uno degli articoli “must-read”.

MVIZ. L’entourage  ha dichiarato che per la presenza della Regina ai singoli episodi del suo Giubileo-record, si vivrà alla giornata. Ma fin dall’inizio della settimana, fonti reali hanno fatto sapere che The Queen dovrebbe “saltare” la presenza ad Epsom per il Derby in favore di due apparizioni sul balcone di Buckingham Palace. Colpa degli “episodici problemi di mobilità”, che, a parte l’uso impeccabile ed elegante di un bastone, si notano relativamente nelle più recenti, sporadiche apparizioni pubbliche, ma che, evidentemente, devono esistere, altrimenti… figurarsi se Elisabetta II non andrebbe alle corse (forse la seccatura della rinuncia del suo cavallo già favorito non era stata un incoraggiamento).  In realtà ella stessa, che anche  nella comunicazione, come in tutti gli aspetti della sua vita, tiene un equilibrio e un dosaggio di reticenza e di improvvisa, diretta esplicitazione del proprio sentire, ha voluto dichiarare pubblicamente , in termini molto personali, ancor più di quelli, caldi ma composti, usati per manifestare il suo dolore per la scomparsa del consorte Filippo,  l’esito pesante, pur su un fisico pazzesco quale il suo, del maledetto Covid.  La netta impressione, vedendola riapparire cautamente in pubblico, è che il virus, che ha colpito diversi membri della famiglia reale, per lei si stato uno spartiacque fra una sorta di eterna giovinezza e il senso del peso degli anni. “Un morbo che debilita”, lo ha detto chiaro e netto. Lo spartiacque fisico,  diremmo somatico, si è notato per la prima volta: sotto la perfezione della nuvoletta di capelli, su guance occhi e sorriso (che peraltro,  e non a caso, si è di nuovo illuminato agli horse-show!)  in questi giorni traspare il naturale, ma forzato, volgere degli anni. 

Con diversi amici ippici, in particolare tutto il gruppo di meranesi e milanesi con il quale abbiamo frequentato diversi Royal Ascot prima che la pandemia infuriasse,  seguiamo e viviamo, anche con frequenti messaggi telefonici,  le vicende di vita della Regina con l’occhio, ippicamente devoto, di chi la vive come un simbolo di “ippicità”, forse un àncora di salvezza,  un baluardo alla perdita di senso della bellezza del “vivere ippico” (e capite bene quel che intendiamo, visto che siamo innamorati del galoppo, e lo siamo da Italiani in Italia). Per certo quando , negli anni passati, ad Ascot al Royal Meeting,  l’orologio del giorno segnava le 13.40, la (seconda, o magari terza) pinta di  birra Forster’s  veniva, da parte di chi qui scrive, lasciata in sospeso (se non… finita) sul tavolino del Brigadier Gerard Bar, per correre, con le code della morning dress fra le gambe, a metter  5 pounds (regolarmente persi) sul colore del cappellino di Lei, a prender posto  sulla cavea gremita del tondino, ad attendere l’inno (God Save The Queen, via il cilindro e cantare, anche da  non inglesi)  e l’arrivo del Royal Carriage, con Lei a bordo della prima carrozza insieme al parente prossimo presecelto (finchè potè, il marito) e a personaggi di sua scelta. E dedicarle l’applauso, rito propiziatorio, riconoscimento di un simbolo, affetto (sì) per una di noi che, incidentalmente, è una dei Grandi della  Terra e lo è, appunto, ad altezza e a statura (lei, sempre più minuta, nel tempo) di mito e simbolo, ciò che purtroppo in questi anni non può dirsi (forse, a nostro avviso, a parte Merkel, altra donna non alta fisicamente, ma altamente simbolica) di una classe politica internazionale generalmente piuttosto “bassa” (e non di statura fisica).  Elisabetta II ha attraversato le epoche (ed anche alcune buie pagine famigliari, trascorse e recenti) tenendo dritta la barra e dando al Mondo la sensazione di esser sempre se stessa.  Aprire, su youtube, come abbiam fatto più volte in questi giorni, i filmati dei suoi discorsi annuali all’apertura del Parlamento, è aver coscienza di una dimensione e di un ruolo, mantenuto per 70 anni. In più, per noi, è sempre stata se stessa, nel profondo, all’ippodromo. Ovvero : il massimo.

Ovvero – finchè noi stessi abbiamo vita, e l’abbiamo anche da innamorati dell’ippica e delle corse al galoppo –  siamo attualmente, e inevitabilmente inquieti.  Volgere degli anni? Volgere di un’epoca, anche ippica. Ci ha lasciato Lester Piggott, e intanto  la Regina gestisce – magistralmente, va da sé: fantastica, anche in questo! –  il lento (ma, ultimamente, un poco più accelerato) volgere del  suo tempo che, per un verso, è anche nostro, da esseri umani e da ippici.  E di cui i massimi custodi viventi sono lei e l’Aga Khan (i pur ormai attempati Sheikh Mohammed e sigori di Coolmore  hanno rappresentato già qualcosa di successivo).

Inquieti siamo, da ippici italiani cui sulla propria pelle tocca vivere il volgere dei tempi, in decadenza, di tutto un settore – il galoppo: di cui di tutto cuore desideriamo la non-irreversibilità, sperando nell’inversione di rotta . E in questo senso rischieremmo di far torto gravissimo alla Regina Elisabetta se ne delineassimo un’immagine da monumento del  passato. Nossignori e proprio l’ippica, il galoppo inglese ce lo dicono. La trasformazione di Ascot da Ippodromo Reale a luogo  di business ippico, anche Reale ma no solo,  turistico ed economico aperto 365 giorni all’anno, è un modello che, molto forse e molto vagamente, qualche nostro ippodromo ipotizza di seguire (ed è forse il solo cammino percorribile, oggi).  Ed Elisabetta I’ha compresa e promossa. E questo è un “motivo” in più  – non solo ippico, ma sociale a tutto campo – della sua grandezza  storica. E contemporanea, di oggi. 

Ma inquieti restiamo, parlando da ippici (chiaro che la vita e il Mondo hanno altre problematiche, ben visibili in questi giorni, altro volgere dei tempi, purtroppo a volte all’indietro anziché in avanti: l’anacronismo della guerra) mentre sorgono, naturali e inevitabili, le domande: e, dopo di lei? E gli eredi,  la famiglia? E… le corse, i cavalli, Ascot stessa?  E’ un libro nuovo, tutto da scrivere. Nell’immediato, mentre Lei gradualmente si asconde, in famiglia emergono l’amore alle cose belle della natura e dell’Arte dell’erede diretto Carlo, due aspetti salienti della personalità del (forse) futuro re, che con il nostro mondo ben si conciliano. E, in possibile assenza della Regina ad  Epsom (per Royal Ascot, chissà… qualche formula verrà scovata, si potrebbe ipotizzare una presenza alla Gold Cup, vedremo),  la rappresentante designata, con logica, sarebbe la Principale Anna. Logico trait-d’union con la mamma e la pur formidabile nonna, colei che sorpassò il secolo di vita anche grazie ai cavalli, allo humour ed al gin (oltre alla tempra dimostrata, da sovrana, in tempi di nazismo e guerra mondiale: “la donna più pericolosa del mondo” la definì Hitler, renendole suo malgrado sommo onore). Anna è stata amazzone, è innamorata del galoppo e (proprio come la nonna, “titolare” del Queen Mother Champion Chase) delle corse ad ostacoli. E, sul piano umano ed anche politico, ha saputo volgere in grande dinamismo, energia, e pazzesche capacità di lavoro (non si sorrida: non è ferma un giorno o un minuto, la Principessa Anna!). Se abbiamo la naturale inquietudine di chiederci  se si manterrà così forte il legame fortissimo fra le corse dei cavalli e la famiglia dei Capi di Stato (almeno finchè in Ighilterra vigerà la Monarchia), Anna d’Inghilterra ne appare il naturale prosieguo. Sui “ragazzi” di famiglia, al momento, in materia di cavalli e corse non scommetteremmo…  

Discorso futile, chiacchiericcio? Mica tanto.  Proprio da ippici italiani, abbiamo la vivissima (e abbastanza tragica) coscienza di quel che significa abbandonare uno status symbol, un’identità, un ruolo.  Da noi il galoppo non sarà stato lo sport dei re. Ma lo è stato di Luchino Visconti, di Federico Tesio,  di De Montel, dei Crespi. Vorremmo anche dire, in tempi un po’ più recenti… di Giulio Andreotti: e voleva dire, ha voluto dire, qualcosa, anzi tanto!  Quando non è più stato lo sport di quelli, o di quest’altro, la china si è volta in discesa, ora precipizio  da riconvertire al più presto in crescita.  Il galoppo in Gran Bretagna ha radici fortissime che da noi c’erano e son state divelte, anche in nome di una “popolarità” che ha poco a che fare con le corse al galoppo ad alto livello: che, ovunque siano in onore , vivono di modelli, miti, senso di emulazione,  figure-simbolo cui guardare. E’ quanto si vive su un ippodromo inglese, grande o piccolo. E di tutto questo, la Regina Elisabetta è uno dei, probabilmente “il” culmine. Lo è. Lo è stato per una vita, accanto a sua madre e  poi per se stessa. Con sicuro vantaggio per le corse dei cavalli, l’allevamento, il galoppo, la potenza sociale e di costume di tutto un settore.  Il futuro è tutto da scrivere.  Marco Vizzardelli.