Offerta promozionale limitata: leggi Trotto&Turf gratis! LEGGI

Equos Mondo Galoppo – puntata 4

Share

La quarta puntata di Equos Mondo Galoppo si apre con le immagini di una delle corse più avvincenti di Lester Piggott, mito del galoppo scomparso a 86 anni, domenica 29 maggio 2022: la Breeders’ Cup Mile vinta a Belmont Park in sella a Royal Academy, il 27 ottobre del 1990, nove giorni prima di compiere 55 anni.

Filippo Brusa propone quindi un’intervista a Gianfranco Dettori, fantino simbolo dell’ippica italiana, capace di affermarsi negli anni Settanta anche in Inghilterra e così forte da essere soprannominato «Il Mostro». Durante la chiacchierata, registrata nelle scuderie del nipote Diego, in via Ippodromo 67 a Milano, Dettori non esprime solo l’orgoglio per la carriera del figlio Lanfranco, diventato ancora più famoso a livello planetario, ma si racconta partendo da lontano: dalla «Tomba di Nerone», ristorante di Roma, dove era arrivato dalla Sardegna, poco più che ragazzino, per fare il lavapiatti, al banco di frutta e verdura a Ponte Milvio, dove conobbe chi gli diede l’idea di darsi all’ippica. «Il Mostro» non partì subito dal galoppo, però, perché incontrò, per primo, il trotto, a Tor di Valle. Poi abbracciò la disciplina di cui divenne uno dei massimi interpreti, innovando: «Fui io a proporre un nuovo assetto in sella, simile a quello americano con l’impiego della staffa corta».

Gianfranco Dettori ricorda quindi i cavalli del cuore, Bolkonski e Wollow, rivive l’epopea della Cieffedì, scuderia di Carlo D’Alessio, e mostra gratitudine nei confronti degli allenatori che lo hanno segnato: Sergio e Luca Cumani.

Non mancano i consigli alle giovani generazioni di fantini, che devono prendere esempio proprio dal suo erede Lanfranco.

La trasmissione si chiude con un contraddittorio fra il presidente dell’Unione Proprietari Galoppo Antonio Viani e il rappresentante italiano del Comitato Pattern Franco Castelfranchi. Il dibattito è introdotto da una celebre frase di Federico Tesio: «Il purosangue esiste perché la sua selezione è dipesa non da esperti, tecnici o zoologi, ma da un pezzo di legno: il palo d’arrivo in cima alla dirittura del Derby di Epsom». Filippo Brusa osserva quindi che il Derby di Epsom si corre da sempre sulla sulla distanza di one mile four furlongs and six yards – 1 miglio, quattro furlongs e 6 yards – cioè 2420 metri, mentre, dal 2008, il Derby italiano di galoppo è stato accorciato a 2200 metri. Vale la pena riallungare al percorso? Gli ospiti danno risposte opposte.

Share